Una constatazione, “oggi mi sento più giù del solito”, e un’amara presa d’atto: è il momento di esser grandi, seppur non ci si senta affatto pronti.
La nostalgia di un tempo recente, ma inesorabilmente passato, che si porta con sé ricordi e amarezze magari per un amore finito o manco iniziato ma mai dimenticato.
Un passato che sfugge lasciando posto ad un presente ingombrante che ha la forma di un futuro arrivato troppo presto.
Un presente che non è come ci si aspettava quando si era immersi nella fase illusoria della vita; che da una parte, adesso, riempie le giornate e dall’altra le svuota di significato e idealità, schiacciate così dal peso della routine e delle responsabilità.
Eppure, fino a poco tempo fa ci si diceva: “morirei se essere grandi vuol dire restare senza idea”; ed ora?
Quindi, la consapevolezza di non potersi tirare fuori: “farci forza forse non ci basta, stringo i denti e fingo che mi piaccia”, ma anche e soprattutto una riflessione che sa di resistenza, se non fisica quanto meno morale, contro l’inerzia dell’abitudine: “tutto sommato ci poteva andare molto peggio… sì però manco mi sto divertendo”. In tutto ciò, una piacevole sorpresa: il piattume della vita paventata dagli artisti in questo testo non ne ha minimamente influenzato la musica, che risulta tutt’altro che piatta ed anzi tradisce un delicato dinamismo che altro non è che la metafora della vitale e non rassegnata denuncia dello stato di cose esistente, presupposto necessario per il cambiamento.
Così inizia “Più giù del solito” di ALBE.x e DHEO, nuova e giovanissima coppia artistica palermitana che, dopo il primo singolo “UGUALE”, torna offrendosi al pubblico con un manifesto generazionale della fragilità umana.
Una constatazione, “oggi mi sento più giù del solito”, e un’amara presa d’atto: è il momento di esser grandi, seppur non ci si senta affatto pronti.
La nostalgia di un tempo recente, ma inesorabilmente passato, che si porta con sé ricordi e amarezze magari per un amore finito o manco iniziato ma mai dimenticato.
Un passato che sfugge lasciando posto ad un presente ingombrante che ha la forma di un futuro arrivato troppo presto.
Un presente che non è come ci si aspettava quando si era immersi nella fase illusoria della vita; che da una parte, adesso, riempie le giornate e dall’altra le svuota di significato e idealità, schiacciate così dal peso della routine e delle responsabilità.
Eppure, fino a poco tempo fa ci si diceva: “morirei se essere grandi vuol dire restare senza idea”; ed ora?
Quindi, la consapevolezza di non potersi tirare fuori: “farci forza forse non ci basta, stringo i denti e fingo che mi piaccia”, ma anche e soprattutto una riflessione che sa di resistenza, se non fisica quanto meno morale, contro l’inerzia dell’abitudine: “tutto sommato ci poteva andare molto peggio… sì però manco mi sto divertendo”. In tutto ciò, una piacevole sorpresa: il piattume della vita paventata dagli artisti in questo testo non ne ha minimamente influenzato la musica, che risulta tutt’altro che piatta ed anzi tradisce un delicato dinamismo che altro non è che la metafora della vitale e non rassegnata denuncia dello stato di cose esistente, presupposto necessario per il cambiamento.

